Bambini e adolescenti digitali: la lectio di Giuseppe Lavenia a Pisa

Categoria: Paim Social&Care

Bambini e adolescenti digitali: crescere tra schermi, rischi e solitudine: La lectio magistralis del professor Giuseppe Lavenia alle Officine Garibaldi per la Settimana della Prevenzione sul Disagio Giovanile

Una sala gremita, un pubblico attento composto da insegnanti, genitori, educatori e studenti: così si è aperta alle Officine Garibaldi di Pisa la lectio magistralis del professor Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo, ospite della terza edizione della Settimana della Prevenzione sul Disagio Giovanile promossa dal Progetto Fair Play di Gruppo Paim insieme alla Società della Salute e al Comune di Pisa.

Con il suo linguaggio diretto, ironico e profondo, Lavenia ha guidato il pubblico in un viaggio dentro il mondo digitale abitato dai più giovani: un mondo che, dice, “non possiamo ignorare né demonizzare, ma dobbiamo conoscere per educare”.

 

“La distanza digitale diventa distanza relazionale”

Fin dalle prime battute, il professore mette in guardia gli adulti:

“Non dobbiamo stare online per controllare i nostri figli, ma per ridurre la distanza che ci separa da loro. Se conoscono il nostro interesse per il loro mondo digitale, saranno più disposti a parlarne”.

Secondo Lavenia, la distanza digitale è oggi una delle principali forme di distanza affettiva. Molti genitori e insegnanti non comprendono le dinamiche online dei ragazzi e finiscono per interpretarle solo come “tempo perso”, senza vedere ciò che in realtà accade: socializzazione, costruzione di identità, esplorazione emotiva.

La tecnologia si inserisce dove c’è assenza o sofferenza – spiega –. Le dipendenze non sono il problema, ma il sintomo di qualcos’altro che manca: un affetto, un’attenzione, una guida.”

 

Dai like tattici ai “nuovi linguaggi dell’amore”

Per rendere evidente quanto il digitale influenzi anche la sfera più intima, Lavenia racconta uno degli esempi più curiosi che emergono dalle sue ricerche: il cosiddetto “like tattico”, un gesto strategico per farsi notare online.

“Mi piace qualcuno? Non metto il like all’ultima foto, ma a una di mesi fa. È un modo per dire: ho guardato tutto il tuo profilo, mi interesso a te.”

Oggi, spiega, il 75% delle relazioni sentimentali tra adolescenti nasce online. Le prime fasi dell’innamoramento avvengono dietro uno schermo, in una realtà filtrata e spesso priva di corporeità. “Capire questi codici non significa approvarli, ma conoscere il terreno su cui si muovono i nostri figli.”

 

Dopo il Covid, una generazione senza desiderio

Il professore affronta poi il tema più doloroso: gli effetti psicologici della pandemia.

“Il Covid passerà, ma il danno psicologico nei bambini e nei ragazzi resterà a lungo”, aveva previsto allora. E oggi i dati lo confermano.

Nella fascia 9–21 anni, la seconda causa di morte in Italia è il suicidio. Ogni giorno si registra almeno un caso di tentato suicidio o autolesionismo grave tra giovani.
Su oltre 22.000 studenti intervistati:

  • il 60% dichiara di non riuscire a immaginare il proprio futuro;
  • il 70%, quando lo immagina, lo fa con ansia;
  • il 50% delle ragazze pensa spesso che “nulla abbia senso”.

“Non riuscire a immaginare il futuro – spiega Lavenia – significa non desiderare. E senza desiderio non c’è passione, non c’è motore vitale.”

Negli adolescenti, la depressione si manifesta spesso con rabbia e aggressività, non con la passività tipica dell’adulto.

“Più l’umore va giù, più la rabbia sale. Ed è così che nascono baby gang, violenze e comportamenti estremi.”

 

“Serve una patente per guidare, ma non per usare lo smartphone”

Uno dei passaggi più applauditi della serata riguarda la proposta del patentino digitale.

“Per guidare una macchina serve la patente, ma per usare uno smartphone – che può esporre a rischi molto più complessi – no. Non ha senso.”

Lavenia propone un percorso di educazione digitale strutturato:
– formazione obbligatoria per studenti, docenti e genitori;
– attestato finale (“patentino digitale”) spendibile nel curriculum scolastico o professionale.

“Solo così – sottolinea – possiamo passare dal semplice divieto alla consapevolezza reale. Vietare senza educare serve solo a spostare il problema.”

Bambini “digitalmente modificati”

Il professore si sofferma poi sui più piccoli:

“Oggi, già a tre anni, molti bambini hanno un profilo social aperto dai genitori. Nella fascia d’età 0-6 anni, il 61,4% dei bambini usa schermi ogni giorno, il 16,9% li usa per più ore nella giornata. Il 41,5% inizia tra 2 e 3 anni (età di massima plasticità cerebrale).”  

E racconta un fenomeno emblematico: il “brexting”, ovvero l’allattamento al seno con lo smartphone in mano.
“Quando il bambino è vigile e cerca lo sguardo della madre – dice – evitiamo di essere altrove. Lo smartphone calma, ma anestetizza. Se un bambino impara che per calmarsi deve affidarsi sempre a qualcosa di esterno, non svilupperà strumenti interni di autoregolazione.”

Il rischio è creare bambini digitalmente modificati, incapaci di tollerare la noia o la frustrazione.

“Se non mangia, mangerà. Se non dorme, dormirà. Se non fa i bisogni, li farà. È la regola più antica della pediatria. Non serve uno schermo: serve una relazione.”

 

Challenge pericolose e violenza di genere online

Altro dato inquietante: il 60% degli adolescenti ha partecipato almeno una volta a una challenge pericolosa.
Tra le più note, quelle che spingono a rischiare la vita per ottenere visibilità sui social: aggrapparsi a un treno in corsa, respirare fino allo svenimento, filmarsi in situazioni estreme.

Lavenia cita anche fenomeni recenti di violenza di genere digitale, come le cosiddette “Boiler Cup” e “Nano Cup”, “giochi” in cui ragazzi filmano approcci umilianti verso ragazze considerate “fuori standard” e diffondono i video nei gruppi Telegram o sui social.

“Sono atti di violenza sessuale travestiti da scherzi. E spesso le vittime sono adolescenti illuse di essere state corteggiate.”

 

“Ciughino”: il cyberbullismo organizzato

Tra i fenomeni più pericolosi descritti dal professore c’è quello dei gruppi Telegram “Ciughino”, in cui ragazzi molto giovani – spesso 13enni – selezionano coetanei bulli, razzisti o misogini per colpire una compagna di classe o di paese.

“È una forma di bullismo geolocalizzato – spiega – che unisce la violenza fisica e quella digitale, e si espande in modo incontrollabile.”

Lavenia ricorda che, fino ai 18 anni, la responsabilità legale è dei genitori:

“Non esiste la privacy dei figli. Esiste la responsabilità educativa. Uscite da questa leggenda.”

 

Intelligenza artificiale: tra paura e opportunità

Il docente dedica una parte della lectio al tema dell’intelligenza artificiale, raccontando il caso di una ragazza vittima di deepfake: la sua immagine, rubata dai social, è stata manipolata per creare video pornografici falsi.

“L’intelligenza artificiale può essere un’arma pericolosa, ma anche uno strumento straordinario se usata con consapevolezza. Il problema non è la tecnologia: è la nostra ignoranza.”

Per questo, propone di inserire percorsi di educazione all’IA già nella scuola primaria: non per insegnare a “chattare con ChatGPT”, ma per capire come funziona e come difendersi.

 

Il meccanismo della dipendenza

“Lo smartphone di per sé non crea dipendenza”, precisa Lavenia,

“ma le app che contiene sì: social, giochi online, piattaforme di messaggistica. Tutte si basano sullo stesso meccanismo della ricompensa dopaminergica.”

Ogni notifica, like o messaggio attiva il circuito cerebrale del piacere, lo stesso coinvolto nel gioco d’azzardo.
“Metto una monetina nella macchinetta, attendo la risposta, perdo ma continuo a giocare. È lo stesso principio.”

I social network – ricorda – sono costruiti da esperti di neuroscienze che conoscono perfettamente come tenere l’utente agganciato.

“Noi non siamo i clienti: siamo il prodotto.”

 

Quando l’empatia si spegne

Lavenia chiude con una riflessione che colpisce il pubblico:

“Il rischio più grande non è la dipendenza, ma la perdita di empatia.”

Racconta il caso reale di due uomini che, sul Grande Raccordo Anulare di Roma, ripresero un’auto in fiamme con dentro un conducente, invece di soccorrerlo.

“Filmavano e ridevano. L’uomo è morto dopo dieci giorni. Questo è il punto a cui stiamo arrivando: l’incapacità di provare emozione davanti al dolore.”

È quella che in psicologia si chiama anedonia, l’incapacità di provare o trasformare le emozioni in sentimenti.

 

“I figli non hanno bisogno di avatar, ma di noi”

La conclusione è un appello accorato:

“I nostri figli non hanno bisogno di avatar o assistenti digitali. Hanno bisogno di noi.”

Lavenia cita le nuove tecnologie di robotica domestica, capaci di sostituire la presenza umana anche in ambito educativo e affettivo, ma avverte:

“Il vero rischio è la sostituzione dell’umano. Può essere comodo avere qualcuno che fa le cose per noi, ma non deve prendere il nostro posto.”

E chiude con le parole di un suo giovane paziente, che riassumono meglio di qualsiasi statistica il senso della sua lezione:

“Continuerò a guardarmi intorno,
sperando un giorno di ritrovarti
proprio lì, ad aspettarmi.”

Un lungo applauso accompagna la fine della lectio.
Non un incontro “leggero”, come aveva ironizzato all’inizio, ma un incontro che lascia dentro la sensazione di qualcosa di urgente: la necessità di ricominciare a educare alla presenza, alla lentezza, alla relazione.

Perché, come ha detto Lavenia,

“Non dobbiamo togliere lo smartphone ai ragazzi. Dobbiamo restituire loro – e a noi stessi – il senso di cosa vuol dire esserci davvero.”

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